Photo di Antonio Cipriani
Una delle cose che non mi piace molto del mondo yoghico è questa insistenza (e anche io un pò di tempo fa ero colpevole) sul pensiero positivo e "self improvement". E non solo nel mondo yoghico. Persino Ghandi ha detto "Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo" (cioè cambiarsi in meglio per arrivare in un posto "migliore", suppongo). Einstein ha detto "Ci sono due modi di vivere la tua vita. Una è pensare che niente è un miracolo. L'altra è pensare che ogni cosa è un miracolo." Belle parole... che implicano che possiamo scegliere di cambiare e di vedere le cose in modo più allegro.
Ma se fosse vero che possiamo scegliere la felicità, come mai non stiamo girando tutti con un bel sorriso stampato in faccia? Come mai gli antidepressivi si vendono meglio dello gnocco fritto? Se la felicità si può scegliere, allora siamo una razza molto molto stupida - perchè da quello che vedo io, la maggior parte ha scelto la "normalità" ...e un parte di essere tristi. Non c'è tutta questa gente piena di gioia in giro. Come mai se è semplicemente una questione di "scelta"?!
Immaginare che possiamo cambiare noi stessi in esseri migliori con la sola convinzione mentale, è in se negativo: "we are setting ourselves up for failure" - cioè ci stiamo impostando per il fallimento. E dopo questo nostro impegno per trasformarci in esseri felici con la sola forza del pensiero, ci troviamo tristi o "normali" come prima. E non è finita: visto che abbiamo fallito miseramente nella nostra "Missione Felicità ", ci sentiamo anche in colpa per i risultati meno che sufficenti, che ci fa scattare l'auto-critica ("ecco sono un fallimento!") e ci troviamo in lotta con noi stessi. E così via al panino con Prozac.
Per me lo yoga non ha che fare con "self improvement" né con il trovare la felicità (come si saprà se seguite i miei corsi;-) ma con il conoscersi. Quando abbiamo guardato bene chi siamo, che può essere grazie allo yoga, la meditazione, camminate nella natura, l'amante, jogging, l'analista, lavorare a maglia, il suonare, il cantare, il dipingere, il golf - ci sono infiniti modi per arrivarci - possiamo cominciare a capirci, e quando capiamo possiamo trovare qualcosa che è mille volte meglio della felicità, che è "l'accettazione".
Anche se io credo che lo yoga post-pratica può portarci ad uno stato di "gioia" non è grazie allo sforzo mentale, ma grazie ad un lasciar andare, due cose decisamente diverse tra di loro.
L'ultimo libro della scrittrice Jeanette Winterson si intitola "Why be happy when you can be normal?". Concordo pienamente.
Questo post è stato pubblicato sulla rubrica settimanale di www.people.globalist.it
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